Attraverso il Giardino Giusti di Verona.

Lasciato il cortile merlato attraverso una delle due aperture minori – un tempo erano solamente delle finestre – si accede al Giardino Giusti. Nel corso dei secoli esso subì numerose trasformazioni, alcune delle quali sono documentabili con precisione.

Il Giardino Giusti si apre su un vasto “parterre” sistemato ad aiuole geometriche, che comprende la zona in piano e quella in pendenza fino alla Grotta che si apre sotto il Mascherone. La parte più antica del Giardino, concepita già nella seconda metà del Quattrocento come “hortus conclusus”, ossia come uno spazio definito, e impostata con gusto geometrico attorno alle fonti d’acqua, è quella in piano, che si concludeva con una fila di cipressi disposti nel senso della latitudine.

planimetria Giardino Giusti

planimetria Giardino Giusti

Nel Settecento, per dare maggiore respiro al Giardino Giusti, fu soppressa la fila trasversale dei cipressi e il “parterre” venne esteso anche alla zona intermedia, che dà accesso alla collina, in precedenza libera da ogni vegetazione. Fu verso la metà del Settecento che vennero inserite nel Giardino cinque statue di divinità pagane “Adone, Apollo, Diana, Giunone e Venere”, tuttora esistenti, scolpite dal veronese Lorenzo Muttoni (1726-1778), attorno alle quali furono piantate aiuole a motivi geometrici e volute, secondo la nuova moda dei giardini “alla francese”, diffusasi in Italia dopo le celebri realizzazioni dell’architetto André Le Notre (Parigi,1613-1700) nella regione parigina (a Versailles, a Vaux-le-Vicomte, a Chantilly), nei parchi reali inglesi di Whitehall, di Greenwich, di Hampton Court, in Italia nel giardino del Palazzo Reale di Torino (1698-1700).

Un lungo viale centrale, fiancheggiato da alti cipressi, che collega il varco di accesso al Giardino – a sua volta assializzato sul portale d’ingresso –con la Grotta del “genius loci” e il sovrastante Mascherone, divide l’ampio “parterre” in due sezioni, a loro volta ripartite in settori quadrangolari, al centro dei quali si aprono fontane e spiccano statue.

Lungo il viale trasversale che conduce al muro orientale di cinta, è collocata la raccolta di epigrafi antiche, ma qualche iscrizione è “dispersa” in altri punti del Giardino Giusti. Dietro al viale, si aprono due quadrangoli verdi, con al centro una vasca ottagonale dove l’acqua zampilla da una piccola valva di conchiglia rovesciata, che conclude il fusto della fontana.

Uno dei quadrangoli è occupato dal famoso Labirinto in siepi di bosso. Non si tratta dell’originario labirinto cinquecentesco, voluto da Agostino Giusti, anche se ne occupa l’area; quello attuale fu disegnato ne 1786 dall’architetto veronese Luigi Trezza, che modificò, complicandolo, l’antico percorso. Il Labirinto del Giardino Giusti è uno dei pochi esistenti nel Veneto: due esempi di notevoli dimensioni si trovano, rispettivamente nei giardini della Villa Pisani di Strà (Venezia) e della Villa Barbarigo Pizzoni Ardemani di Valsanzibio (vicino Padova).

La sezione occidentale del “parterre” è geometricamente ripartita in quattro quadrangoli verdi, perfettamente allineati con i due della sezione orientale. Essi sono divisi da un vialetto centrale, che sale verso la collina parallelo al viale dei cipressi e da alcuni trasversali.

Il quadrangolo, che corrisponde, nella sezione orientale, al labirinto, presenta una serie di aiuole geometricamente distribuite con una statua al centro: un simulacro di “Minerva”, collocato sopra un basamento sul quale è ripetuto l’antico stemma dei Giusti.

Nell’ ultimo quadrangolo occidentale, scendendo verso il Palazzo, si innalza un’ampia conca asciutta di forma circolare, sormontata da un’antica statua muliebre, opera dello scalpello di Alessandro Vittoria (Trento, 1524 – Venezia 1608). Si tratta della scultura più importante di tutto il Giardino. In origine, la statua sorgeva su un’isoletta al centro di un’ampia vasca rettangolare piena d’acqua, cintata da una balaustra. Era la cosiddetta “peschiera” del Giardino, tipologicamente affine, per quello che se ne conosce, ad analoghe peschiere di ville dell’Italia centrale del sec. XVI e ancora presente nel Giardino nel 1856. Quando, nel secondo Ottocento, il Giardino subì gli influssi del gusto romantico, la “peschiera” venne sostituita con l’attuale sistemazione ad aiuole e dal terreno fu lasciato sporgere solamente la conca con la statua del Vittoria.

Costeggiata la “casina rossa”, dirimpetto alla quale sono disposti numerosi capitelli antichi, si raggiunge una scalinata che porta alla zona un tempo delle serre. Sulla sommità del muro di cinta che segue la scalinata sono collocate, due per parte, quattro statue grottesche di nani, e, in posizione centrale, un fastigio architettonico. La presenza dei “nani” testimonia la compiacenza per il gusto del grottesco e del ridicolo, propria degli inizi del Settecento. E’ probabile che le quattro sculture dei “nani” siano state eseguite anch’esse da Lorenzo Muttoni.

Nella muraglia, in corrispondenza del quarto “nano” è infissa una tabella, in pietra rossa di Valpolicella. L’iscrizione latina, che risale al XV secolo, documenta la contesa circa la patria di Plinio il Vecchio che, almeno fino agli inizi dell’Ottocento, fu disputata tra Verona e Como. Scipione Maffei, che pure aveva giustamente giudicata falsa questa epigrafe, sosteneva la veronesità di Plinio che oggi si riconosce concordemente comasco.

Il muro di cinta occidentale del Giardino coincide con un tratto superstite delle mura che il Comune di Verona decise di costruire, tra 1130 e il 1153, a protezione dell’abitato a sinistra d’Adige, che era venuto sviluppandosi notevolmente verso oriente, fuori dalle antiche mura di Teodorico. Le mura scendevano lungo il Giardino Giusti e attraversavano la strada per Vicenza (oggi via Giardino Giusti), sulla quale si apriva una porta, oggi sparita, per raggiungere il canale lungo l’odierna via di Porta Organa.

Alle mura comunali, appunto, furono addossate le strutture delle serre per gli agrumi, la cui coltivazione era molto diffusa nei giardini del Veneto. Furono certamente gli agrumi coltivati in quelle serre e in particolare “l’aranzo con foglia rizza acuminata”, che colpirono Christian Volkamer, l’autore delle “Esperidi”.

Le serre del Giardino Giusti ebbero, oltre ad una sistemazione funzionale, anche un assetto monumentale. Esse consistevano di due corpi distinti, di cui restano visibili solamente i muriccioli di sostegno delle vetrate: ciascuno di essi riscaldato da una grande stufa in ceramica, i cui fornelli e i cui camini, ricavati nello spessore delle mura, esistono tuttora.

Le strutture delle serre erano scandite da tre grandi statue di divinità pagane in gesso, collocate in altrettanti nicchioni, ricavati sempre nello spessore delle mura. Due statue si conservano ancora: la prima (risalendo verso la collina) rappresenta “Bacco” ed è posta sopra un basamento, su cui è incisa l’iscrizione: “ambulator ne trepides, Baccum amatorem, non bellatorem ad genium loci posuit”. La seconda statua, interposta tra le due serre, rappresenta “Venere e Amore con un delfino ai piedi”. Sul basamento si legge: “sine me laetum nihil excritur, statua in viridario mihi posita est, ut in Venere Venus esset”. La terza statua è oggi perduta, ma l’iscrizione presente sul basamento, che si è conservato, indica chiaramente a quale divinità fosse dedicato il simulacro: “ne quid Veneri deesset cum Bacco Ceres associatur “

Ignoto è l’autore delle statue e del mascherone: è molto probabile che siano opere di Bartolomeo Ridolfi, veronese, architetto e decoratore, genero di Giovanni Maria Falconetto, attivo sulla metà del secolo XVI, egli lavorò molto per il Palladio, fu l’artefice dei famosi camini grotteschi. La presenza del Ridolfi nel Palazzo e nel Giardino Giusti di Verona sarebbe suffragata anche dalle chiavi di volta delle arcate dell’atrio del Palazzo, molto vicine a quelle di Santa Maria in Stelle.

All’interno delle serre venivano coltivati in piena terra, cedri, limoni e aranci; costume che si conservò fino al 1829, quando un incendio distrusse le piantagioni.

Là dove termina la “cedrara”, ossia le serre, si apre nella parete tufacea della collina “una gran camera incavata a scarpello con riscontri di voci negli angoli”, come la definisce ammirato Scipione Maffei. Si tratta di un vasto ambiente a pianta centrale che si sviluppa per quattordici metri nella collina, in corrispondenza con l’angolo nord-occidentale del Giardino Giusti.

Nella seconda metà del secolo scorso, il Giardino subì l’influsso della moda romantica e fu parzialmente trasformato, a imitazione dei giardini panoramici inglesi, con la sostituzione di grandi macchie di fiori e di tratti di vegetazione semispontanea al posto delle geometriche siepi di bossi seicentesche. Alcune fotografie dell’Alinari ci mostrano l’esuberanza della vegetazione del giardino agli del Novecento; ma nel 1930 esso fu ripristinato, almeno in parte, secondo il disegno rinascimentale.

Nel centro della parete tufacea si trova, in prosecuzione dell’asse del viale centrale, una scalinata in mattoni, che sale sino alla quota del primo terrazzamento, per condurre direttamente all’ingresso della Grotta sormontata dal gigantesco Mascherone.

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La Grotta è interamente scavata nel tufo: presenta una camera con volta a botte, aperta in due nicchie laterali simmetriche e in una nicchia di fondo. In origine, la Grotta era rivestita di conchiglie, coralli, madreperle e mosaici, conteneva giochi d’acqua. Tutti i viaggiatori che visitarono il giardino citano la grotta come la maggiore attrattiva del luogo, ma già al tempo di Scipione Maffei (1732) i giochi d’acqua non erano più in funzione.

Da qui un sentiero conduce al secondo terrazzamento. L’uniformità della parete collinare è interrotta da quattro grotte artificiali, l’ultima fungeva da ingresso alla Cappella, anch’essa scavata nel tufo. Vicino, una Torretta campanaria, ricavata nel tufo, consente di salire, per i cinquantuno gradini di una stretta scala elicoidale, alla parte superiore del Giardino Giusti. A destra dell’uscita della scala a chiocciola si trova il “Belvedere”, a forma di balcone balaustrato, che insiste sopra il Mascherone e che si allinea, pertanto, con l’asse principale di tutto il Giardino.

Nei secoli XVI e XVII la parte superiore del Giardino era tenute a orto. Nel tufo erano state scavate alcune cisterne destinate a raccogliere l’acqua piovana e ad alimentare, mediante complessi condotti, i giochi d’acqua della sottostante grotta, nonché le fontane del “parterre”.