Il Giardino Giusti di Verona

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Il Giardino Giusti di Verona sorge su un terreno che la famiglia acquistò agli inizi del Trecento sulla riva sinistra dell’Adige per installarvi un opificio per la tintura dei panni. La riva sinistra del fiume, a cominciare dall’età comunale e soprattutto durante l’epoca scaligera, fu interessata da numerosi insediamenti legati ad attività manifatturiere, che in quella zona della città trovarono un ambiente ideale per l’ampiezza degli spazi disponibili, per la vicinanza all’Adige e ai canali fluviali dell’Isolo – arterie vitali sia per i traffici, che vi svolgevano agevolmente, sia per la risorsa della forza motrice dell’acqua, essenziale per il funzionamento di mulini, seghe, magli – e, infine, per il livello del suolo, che garantiva gli insediamenti dalle ricorrenti piene del fiume.

La proprietà dei Giusti si apriva, a occidente, a ridosso della cinta delle mura comunali costruite entro la metà del se. XII; a nord essa raggiungeva il ciglio della collina e a sud fronteggiava la via pubblica uscente dalla città in direzione di Vicenza sull’antico percorso della Postumia, una delle più importanti arterie consolari romane dell’Italia settentrionale, al cui tracciato è legata la nascita della stessa Verona romana come città urbanisticamente organizzata.

Il luogo era particolarmente adatto al tipo di “industria” che i Giusti vi installarono, che richiedeva ampi spazi soleggiati.

Dopo la conquista di Verona da parte di Venezia (1404), la nuova situazione politica e i consistenti capitali accumulati dai Giusti in un secolo di attività industriale, consigliarono la conversione dell’economia familiare in beni fondiari.

Il passaggio dalla condizione di industriali a quella di agricoltori, che vivevano delle rendite dei terreni, comportò nel tempo anche la conversione funzionale delle case dei Giusti e del vasto terreno annesso, che ormai aveva perduto ogni motivazione produttiva. E’ probabile, pertanto, che già nel corso del Quattrocento, la parte pianeggiante del terreno verso la collina sia stata sistemata a Giardino, con piante da frutta e pergolati: un “horto olitorio et erbario, pomario et ameno viridario, et gratioso arboreto et periucundo arbustario”.

Nel corso del Cinquecento, i terreni a sinistra dell’Adige vennero appetiti dalle più ricche famiglie cittadine, che là potevano liberamente costruire ampie dimore e circondarle di spazi aperti da sistemare a giardini. Fu anche nella seconda metà del Cinquecento che al Giardino fu data la configurazione attuale da Agostino Giusti, che vi raccolse, tra l’altro, la propria collezione di epigrafi romane.

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Il viale di cipressi sale dal cortile merlato fino a una grotta artificiale, scavata nel tufo della collina e dotata di un classicistico portale d’ingresso, quasi si trattasse della mitica abitazione del “genius loci”, vale a dire della divinità protettrice del sito. La grotta-tempietto è sormontata da un gigantesco mascherone in pietra, costruito in modo da poter emettere dalla bocca spalancata lingue di fuoco; esso, con i suoi denti aguzzi e lo sguardo fisso, domina la lunga prospettiva del viale centrale e si qualifica come l’elemento fondamentale dell’architettura del giardino.

Tutto il giardino fu concepito in ossequio alla poetica dei contrasti: già il Poma nel “Sileno”, sottolinea il contrasto tra l’amenità del giardino e la terribilità del monte, rimasto dirupato, orrido, con pietre sporgenti, come dovessero cadere. Alla classicistica e armonica eleganza del portale d’ingresso della grotta sotto il mascherone si oppone l’immagine mostruosa soprastante e l’orrido della parete collinare.

In quest’ottica solamente si possono spiegare le scelte di tutti gli altri “artificialia” inseriti tra i “naturalia” del luogo: la “gran camera incavata a scarpello”- come dice il Maffei -, dove la voce, dilatandosi, risuonava con sorprendenti effetti, quasi a evocare i misteri di un antro pagano; la Grotta centrale, incrostata di conchiglie e mosaici e animata da sapienti giochi d’acqua, il taglio della rupe alla sua destra, a modo di orrido, la Torretta campanaria con la scala elicoidale interna, che conduce al livello superiore del giardino, dov’erano il frutteto e l’orto, in cui si coltivavano piante rare e curiose, come il carciofo.

Alla base della torretta si apre si apre la Cappella scavata anch’essa nel tufo, mentre al concludersi del primo giro della scala interna, si accede alla porta del piccolo matroneo, affacciato sull’interno della cappella. Quindi, sorprendentemente, proprio sopra il grottesco mascherone si apre il “Belvedere” balaustrato, che si affaccia sul viale principale del giardino e dal quale si gode uno stupendo panorama della città La parte intermedia, costruita sul costone tufaceo, e quella superiore, aperta sopra il ciglio della collina, furono concepite come un percorso, che il visitatore era stimolato a compiere proprio dal succedersi di elementi contrastanti e “terrificanti”, fino alla classica e armonica architettura “catartica” del tempietto (perduto, ma noto nei disegni del pittore bergamasco Pietro Ronzoni (1820 circa) che, non a caso, fu posto a conclusione del “magico” itinerario.

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È importante ricordare che gli Accademici Filarmonici erano soliti mettere in scena nel Giardino spettacoli aventi per argomento i furori e gli amori degli antichi dei su copioni redatti dagli stessi Accademici. Si precisa così la vocazione teatrale e scenografica di tutto il complesso del Palazzo e del Giardino dei Giusti. Se sulla facciata del Palazzo campeggiavano quattro Virtù cristiane (Fede, Speranza, Carità, Giustizia), nello spazio privato del Giardino avevano accoglienza dei e favole pagane, a conferma di quella poetica dei contrasti, chiave di lettura fondamentale della creazione voluta da Agostino Giusti.

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