L’idea di Agostino Giusti di un Giardino museo. Le iscrizioni latine

Agostino Giusti fu uno dei maggiori collezionisti del Cinquecento veronese. Tra l’altro egli intese caratterizzare culturalmente il Giardino da lui concepito e realizzato, collocandovi epigrafi antiche, che vennero formando una collezione specialistica, giunta in buona parte fino a noi.

Il Giardino-museo Giusti, per quanto impoverito rispetto alla descrizione che ne fece il Poma nel 1620, conserva ancora i suoi valori essenziali, compresa la collezione di epigrafi, l’unica delle raccolte private di iscrizioni, costituitesi a Verona dal Cinquecento in poi, che sia giunta superstite a noi nella sua fisionomia originaria.

La collezione epigrafica del Giardino Giusti ha contato ben quarantatré pezzi, ma è impossibile indicare una data precisa in cui tutte le iscrizioni furono contemporaneamente presenti nel Giardino, dato che otto di esse passarono al Museo Lapidario Maffeiano, dove tuttora si trovano; una invece è conservata presso il Museo Archeologico del Teatro Romano, assieme a un puntale con quattro baccanti, un Priapo e una Diana Efesia, pure provenienti dai Giusti; altre cinque, infine, risultano purtroppo disperse.

Le iscrizioni latine attualmente conservate nel Giardino Giusti sono ventinove, due delle quali falsificazioni della fine del Cinquecento. Tra gli esemplari epigrafici più interessanti vanno segnalati il miliare dell’imperatore Giuliano l’Apostata, databile al 361 d.C., proveniente dal tratto della antica via Postumia a oriente di Verona. Vi è poi un raro esempio di lapide opistografa, ossia iscritta sulle due facce. Molto importante è la piccola ara votiva che Publio Valerio Montano dedicò a divinità ignota nella sua qualità di “flamine mannisnavio”. Curiosa è, infine, l’ara posta alle Giunoni Auguste: infatti, capovolta per svuotarla del suo significato romano, l’ara fu impiegata come sostegno di una mensa d’altare e contenne le reliquie di alcuni santi, tra cui Fermo e Rustico, come assicura l’incisione sullo zoccolo del 1139.

Ampia e qualificata è la Letteratura esistente sul Giardino Giusti, che già dalla fine del Cinquecento fu meta prediletta dei forestieri di passaggio a Verona. Tra le prime e più significative testimonianze, vi è quella del viaggiatore e scrittore inglese Thomas Coryat (1577-1617), che passò per Verona nell’agosto 1608; egli, nelle sue “Crudities” (Londra, 1611) riserva una pagina piena di entusiastica ammirazione per il Giardino-museo e per il Palazzo con la sua pinacoteca “… il giardino è un secondo paradiso terrestre e un posto di ristoro molto delizioso abbellito da molte vaghe aiole, frutti di diverse specie e due filari di alti cipressi, trentatré per file. I viali … nella parte alta del giardino…sono abbelliti da eccellenti alberi da frutto, quali fichi, aranci, albicocchi e da cipressi. In uno di questi viali, c’è un piccolo e grazioso refettorio, alla sinistra del quale c’è una singolare rupe artificiale, finemente abbellita da molte conchiglie a pettine e da molte altre specie portate da Cipro, sulla quale il muschio cresce come su una roccia naturale. Questo posto è stato ideato con la più mirabile leggiadria che io abbia mai conosciuto e rinfrescato dall’acqua di delicate sorgenti e fontane portate lì per mezzo di tubi di piombo. In un altro viale vidi la belle cappella nella quale il cappellano del conte dice la messa …”.

Il 4 giugno 1664, Cosimo de’ Medici Granduca di Toscana (1642-1723), successo al padre Ferdinando II, nel 1670 con l’ordinale III “… si portò al giardino de’ signori Giusti posto sotto costa d’un monte, sito benché disavvantaggioso, accomodato nondimeno tanto bene con viali, spartimenti, et altro, che può dirsi bello. Si scuopre di quivi tutta la città. Avevano in questo concordato un festino di ballo, per il qual effetto era concorso gran numero di dame e cavalieri. … ”.

Ampia è la descrizione che al Giardino riserva Scipione Maffei nella “Verona illustrata (Verona, 1732); essa completa il quadro, che oltre un secolo prima, aveva scritto il Poma nel dialogo “Sileno” (Verona, 1620), dedicato a GianGiacomo Giusti, figlio ed erede di Agostino. Nei primi anni del Settecento il giardino ospitò a più riprese le adunanze della “colonia arcade” di Verona, di cui Scipione Maffei era stato il promotore.

Charles de Brosses, il famoso viaggiatore francese (1709-17779), in Italia nel 1739-40, visitò il Giardino e fu attirato specialmente dal Labirinto di bosso “…dove io – scrisse il de Brosses nel suo “Voyage en Italie” – che resto sempre indietro rispetto agli altri a baloccarmi, andai incautamente a cacciarmi. Ci restai per un’ora, sotto il sole, a sbraitare senza potermi raccapezzare, finché quelli della casa vennero a tirarmi fuori …”.

Wolfgang Amadeus Mozart, con il padre Leopoldo, fu ospite dei Giusti nel 1770 e molto si compiacque della bellezza del luogo. Wolfgang Goethe (1749-1832), nel suo “Italienische Reise”, ricorda, nell’ambito del soggiorno veronese del 1786, la visita compiuta al giardino dei Giusti: “…Quei rami li avevo presi nel Giardino Giusti che è situato in posizione magnifica ed è ricco di altissimi cipressi, ritti nel cielo come altrettante lesine. I tassi tagliati a punta, tipici del giardinaggio nordico, sono probabilmente imitazioni di questo splendido figlio della natura. Un albero che dal basso fino alla vetta protende verso il cielo tutti i suoi rami, i più vecchi come i più giovani, e che vive i suoi buoni trecent’anni, è davvero vulnerabile. Data l’epoca in cui fu piantato il giardino, quei cipressi debbono aver raggiunto ora così tarda età. ”

Giacomo Burckhardt (1818-1897), storiografo e scrittore d’arte, nel suo “Cicerone” (1855), menziona il giardino Giusti.

Il sito del Giardino fu variamente ritratto, soprattutto in incisioni a stampa, la più famosa e importante delle quali e quella del tedesco Christian Volkamer, pubblicata nell’opera “Le esperidi” (1714).